Parigi

Sono stata qualche giorno a Parigi. Per lavoro, principalmente; ma ho avuto la fortuna di avere una giornata intera come turista.

Sono stata là forse una decina di volte, quasi sempre negli anni ’90 e quasi sempre per visitare delle fiere; la prima volta ci andai nel 1984, anno della maturità, con un gruppo di compagni di scuola.

Credevo, questa volta, di rivederla con occhi molto diversi – in realtà ne ho avuto un’impressione simile a quella di sempre: cioè che sia una città meravigliosa, che non si finisce mai di vedere, ma molto costosa, dispersiva e piuttosto sporca (ma forse, dato che ho vissuto tanti anni in Germania, i miei parametri sono al di sopra dello standard).

La giornata “da turista” l’ho trascorsa, questa volta, per metà nel Musée d’Orsay, a farmi sopraffare dalla bellezza degli impressionisti, a farmi incantare da quei dipinti, come “La Notte Stellata” di Van Gogh, che si vedono riprodotti ovunque – in poster, cartoline, libri d’arte – ma che, ammirati dal vivo, provocano un’emozione indescrivibile. Come mio padre, non smetterei mai di nutrirmi di arte, e mi sento molto piccola quando mi diletto a disegnare – ma, nello stesso tempo, mi pare di potermi soffermare per qualche ora in un mondo privilegiato, al quale, per ovvi motivi di talento (mancante), non posso appartenere. A volte, però, basta la soddisfazione di spiare dalla serratura.

L’altra metà della giornata l’ho trascorsa a Montmartre – affollata da turisti, quasi tutti giovani, ma lievemente malinconica alla luce del tramonto e al suono di qualche chitarra.

Ci ritornerò, perché non mi basta mai.

Vi ricordate la scena de “Il favoloso mondo di Amélie”?

(taken with Instagram)

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