Riflessioni in treno

Oggi ho ricevuto una mail di M. in cui lui mi incoraggia a scrivere, dice che mi legge volentieri.
Ma io mi sento vuota, come se avessi perso la vena. In realtà, ho poco di cui scrivere, perché da quando sono tornata in Italia praticamente non ho più una vita. Nel senso che quella che ho è fatta solo di lavoro e qualche raro attimo privato, mentre prima avevo un casa mia (non proprio mia; ovviamente vivevo in affitto, ma era comunque “mia”), avevo amici che frequentavo, hobby che coltivavo. Ora vado a cercare le mie cose negli scatoloni, vivo lontana dalla città, frequento poche persone e per coltivare hobby non ho energia.

Io non ho mai un “piano B”. Quando decido di intraprendere una via – di solito si tratta di una decisione che matura nel tempo – parto in quarta e vado avanti diritta.
Ma commetto un grosso errore: faccio sempre mille calcoli, considerando soltanto me stessa e mai l’incognita “altre persone”. Penso: “Se faccio la tal cosa, le conseguenze saranno queste”. Invece non sempre lo sono. Ci sono gli altri, che non si comportano come mi comporterei io, non ragionano secondo la mia logica, non agiscono secondo i miei princìpi né reagiscono come spesso mi aspetto.

Uno psicologo su Twitter qualche giorno fa mi ha detto: “La vita non é una partita a scacchi”. Sembra banale, ma questa affermazione mi ha fatto davvero riflettere. Perché io mi comporto come se lo fosse?

Tra l’altro, non so neppure giocare a scacchi.

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“In questo mondo di ladri”

Due sere fa, rientrando a casa dopo una cena con un’amica, ho avuto una sorpresa: ci avevano fatto visita i ladri.

Mi hanno portato via tutto quello che avevo di prezioso: i gioielli d’oro, quasi tutti di enorme valore affettivo, perché ricordo di mia zia; il mio iPad; il vecchio orologio di mio padre (privo di valore commerciale), che conservavamo, un po’ come una reliquia, nel cassetto del suo comodino.

Soprattutto, hanno portato via la tranquillità della mia casa, violando ogni spazio, frugando in ogni cassetto, buttando a terra il contenuto di ogni armadio, penetrando in quella sfera che si ritiene “sicura”.

Questo, al termine di un giorno che comunque, per altri motivi, non avevo considerato positivo.

Una mia amica mi ha detto che, secondo lei, esiste una sorta di giustizia cosmica, e chi provoca volutamente del male agli altri, finirà col pagare il conto, prima o poi. Ma io non ci credo. Mi rendo sempre più conto che felicità e dolore, salute e malattia, coraggio e paura, intelligenza e stupidità sono distribuite secondo princìpi casuali. Non sono credente, e non credo che chi fa del bene venga premiato – né qui, né altrove.

Se io faccio quello che faccio, se cerco di vivere rispettando determinate regole etiche, è perché voglio mantenere il rispetto di me stessa, la mia dignità, che è un valore che ritengo indispensabile per vivere “serena”.

Ma al mondo ci sono i ladri, i bugiardi, i crudeli, gli egoisti. Vivono anche loro, come me, accanto a me, senza punizioni cosmiche, seguendo regole morali tutte loro. E, sicuramente, sono persone altrettanto “serene”.

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Concerto.

Ieri sera sono stata al concerto di Sting all’Arena di Verona.

L’avevo già visto dal vivo, sempre in Arena, nel 1988 e nel 1991.

Anche se questa volta, per vedere meglio il palco, ho dovuto inforcare gli occhiali, l’emozione è stata ugualmente forte, specialmente ascoltando brani come Message in a Bottle, Roxane e Next to you: vecchi brani dei Police che ascoltavo sui dischi, da ragazza, dalla mattina alla sera, imparando a memoria i testi e tutti i passaggi del basso.

Nonostante la contentezza di godere di quella musica, per me intramontabile, sono stata colta da un’ondata di nostalgia per la mia giovinezza.

Vorrei riascoltare il suono caldo dei vinili, rivedere mio padre cinquantenne, provare quel senso di intensa speranza nel futuro che si può provare soltanto a quindici anni. Ma il tempo mi ha erosa, la vita mi ha invecchiata, l’esperienza mi ha tolto i sogni.

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STING in Arena, 8 luglio 2013 (taken with Instagram)

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Ibiza è lontana.

Come spesso accade, i ricordi tornano all’improvviso. Bastano un brano musicale, un profumo…

In questo caso, il ricordo è riaffiorato prendendo in mano un cd della serie “Café del Mar”. Musica forse piuttosto commerciale, ora – ma i primi volumi erano davvero belli. Il mio primissimo CD di questa serie lo acquistai proprio nel negozio adiacente al famoso caffè da cui prende il nome la musica – un luogo incantevole a San Antonio, Ibiza.

A Ibiza trascorsi infatti una bellissima vacanza con i miei amici Petra, Christian e Carsten. Avevo poco più di trent’anni, ero single, avevo energie e sogni e voglia di divertirmi. Avevamo affittato un appartamento in una bellissima villetta con piscina e vista sul mare, noleggiato una Renault Twingo e trascorremmo due settimane folli, girando tutte le spiagge, visitando i mercatini hippy, scattando centinaia di foto, facendo le ore piccole e concludendo infine le ferie nella tranquillità di Formentera. Credo di non essermi mai divertita tanto.

Quante volte ci siamo ripromessi di tornarci? Quante volte ci siamo detti che, dopo dieci anni, avremmo ripetuto quella vacanza? Ma quella casa che affittammo non esiste più, e prima che fossero trascorsi i dieci anni Carsten ci ha lasciati (tumore al cervello fulminante) e noi, che siamo rimasti, abbiamo perduto la voglia e la giovinezza.

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9 maggio 1978

Ero soltanto una ragazzina tredicenne, e andavo a lezione di pianoforte.

Anche quel pomeriggio (ricordo che, come oggi, c’era un sole splendente e faceva caldo) mia mamma mi accompagnò a casa della mia insegnante. Io salii al quarto piano, dove, come al solito, trovai la porta di casa sua accostata.

Lei questa volta non mi aspettava, però, già seduta al piano. Era in piedi davanti al televisore acceso, dove stavano trasmettendo un’edizione straordinaria del telegiornale. Lei si voltò verso di me, con un’aria quasi sconvolta, e mi disse: “Hanno ammazzato Aldo Moro”.

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“Il cuore innanzitutto”.

Nel mondo di Twitter, che frequento con una certa assiduità, si fa la conoscenza delle persone più disparate. Tuttavia col tempo si finisce col “seguire” quelle con cui si ha una certa affinità, creandosi così una sorta di “isola” intellettuale nella quale ci si sente a proprio agio.

Della mia piccola personale isola di un migliaio di persone fa parte da qualche tempo anche Claudia Priano, una mia coetanea che ho seguito con interesse fin dall’inizio e con i cui pareri mi sono sempre trovata d’accordo – a volte mi sembrava che lei esprimesse i miei stessi pensieri. L’espressione di pensieri, ho scoperto casualmente, è il suo mestiere: è infatti una scrittrice.

Non ho esitato ad acquistare il suo ultimo romanzo, “Il cuore innanzitutto”, a cui lei accennò in un tweet nel corso di una discussione che intavolammo con una delle (purtroppo) numerose persone che esternano, in maniera, come ormai è d’uso, ben poco elegante, incredibili pregiudizi su certe etnie – in questo caso sui Rom (“rubano tutti, stuprano, ammazzano”). Vorrei ricordare, per inciso, a coloro che la pensano così e si sentono autorizzati a farlo perché “così la pensano tutti”, che hanno il loro grande maestro in Hitler, che non esitò a spedire nei lager anche Sinti e Rom – ma di questo non si parla mai, ché ancora oggi loro per molti sono “razza inferiore”. Premettendo che non ho mai avuto l’occasione di conoscere personalmente dei Rom, affermo che la mia mente si rifiuta di pensare che al mondo ci siano esseri umani che valgano meno degli altri.

Visto che il libro di Claudia ha come tema centrale proprio i pregiudizi razziali nei confronti dei Rom, l’ho affrontato con interesse. L’ho scaricato sul mio Kindle e l’ho portato con me nel mio ultimo viaggio di lavoro a Parigi e Londra, leggendolo durante gli spostamenti – in aereo, in treno, in metropolitana – e anche la sera prima di addormentarmi, sfinita dalla stanchezza.

Che dire? Non sono una critica letteraria, ma soltanto una lettrice accanita, quindi probabilmente non so trovare le parole adatte a commentare questo romanzo. Posso solo dire che mi ha colpita per la sensibilità e l’umanità, mi ha toccata, commossa ed emozionata, mi ha intrattenuta e mi ha fatta sorridere.

Sono felicissima di avere incontrato, seppur solo virtualmente, Claudia Priano, mi sento arricchita da questa mia nuova conoscenza – mi accade di rado, lo ammetto, nei rapporti umani sono molto esigente. Ho appena riacquistato “Il cuore innanzitutto” anche in versione cartacea, per poterlo tenere in mano, prestare, e magari per poter, un giorno, farlo autografare. Ed anche un alto suo romanzo, “Smettila di camminarmi addosso”, sta per essermi spedito a casa. Non vedo l’ora di riceverlo e di rituffarmi nel mondo di Claudia.

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Intervista

Qualcuno si è interessato della mia esperienza all’estero e mi ha intervistata. Se vi va, potete leggere l’intervista sul blog di Robbie Galante.

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Questo mondo mi fa paura.

Inizio con una banalità che non avrei mai voluto dire: viviamo in un Paese senza memoria storica e senza dignità.

Un Paese in cui un pluri-indagato come Berlusconi fa comizi propagandistici in piazza, ambisce al Quirinale, mente spudoratamente eppure viene ri-votato anche dopo che, chiaramente, ha perseguito per vent’anni soltanto i propri interessi. Un Paese in cui si vota per un estremista delirante come Grillo (“arrendetevi”, “schizzi di merda digitale”), che attira le folle con un linguaggio violento e volgare e si arricchisce, mente i suoi incompetenti rappresentanti al Parlamento, privi di senso dello Stato, delle più elementari nozioni di educazione civica e, a quanto pare, anche di libero pensiero, non solo scaldano le tanto disprezzate poltrone da un mese senza aver neppure fatto una proposta di legge, ma si permettono di mancare totalmente di modestia e impediscono la formazione di quel governo di cui abbiamo bisogno.

Un Paese in cui regna il qualunquismo: “Tanto sono tutti uguali”.

Un Paese ipocrita in cui un Presidente del Consiglio può chiamare la cancelliera Merkel “culona inchiavabile”, fare allusioni sessuali e maschiliste in pubblico, celebrare festini di dubbia moralità – tanto per nominare solo alcune delle vergogne – mentre ci si indigna se Battiato chiama “troie” quegli (ex) Parlamentari e Senatori che si sono venduti.

Un Paese in cui due militari che (seppur forse erroneamente) hanno ammazzato due pescatori indiani vengono accolti con tutti gli onori dal Presidente della Repubblica, mentre il PDL, guidato dall’ex ministro della giustizia, manifesta contro la Magistratura e dei poliziotti fascisti esprimono la loro solidarietà ai colleghi che hanno assassinato a forza di botte un ragazzo, andando a schiamazzare sotto le finestre della madre della vittima.

Un Paese in cui un partito estremista e razzista come la Lega si autodefinisce moderato e governa Piemonte, Veneto e Lombardia pur avendo ottenuto solo il 4% dei voti. Un Paese in cui un’organizzazione vergognosa come Casa Pound ha il diritto di esistere e di esprimere le sue “idee”.

La scorsa settimana mi è capitato casualmente di leggere alcuni tweet di Storace, che incitava a cacciare gli indiani che vivono in Italia per la vicenda dei marò. Essendomi sfuggita la logica dietro questo pensiero, ho twittato: “Indiani, non ve ne andate, non lasciateci qui con gente come Storace”. Sono rimasta esterrefatta dalle conseguenze di questa mia frase. Per ore ho ricevuto insulti e minacce (“vai in India a farti stuprare e lapidare”).

Su YouTube ho commentato pacatamente un video di un tizio che diffondeva falsità sulla Germania, dicendo semplicemente che alcune cose non erano del tutto vere, che potevo affermarlo avendo vissuto là per moltissimi anni. Commenti a quanto ho scritto: “Razza di ebete, taci, non capisci un cazzo”.

Questo imbarbarimento mi stupisce fino ad un certo punto: Che esempio possono ricevere i giovani, se a “vincere” è chi è più ricco e più furbo? Se chi si arricchisce grazie a speculazioni, accordi con malavita e massoneria, intrighi di vario genere riesce ad ottenere il potere e sfruttarlo a suo favore? Se chi usa il suo influsso mediatico per diffondere un linguaggio volgare e violento e far credere che l’incompetenza e l’ignoranza siano caratteristiche positive tiene in pugno l’Italia? Se chi porta una divisa può commettere qualunque crimine e viene protetto dallo Stato? Se chi pensa ancora che esistano “razze” inferiori o che il termine gay sia un insulto può muoversi liberamente all’interno delle istituzioni?

Questo mondo mi fa paura. E anche chi lo sottovaluta.

 

 

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Parigi

Sono stata qualche giorno a Parigi. Per lavoro, principalmente; ma ho avuto la fortuna di avere una giornata intera come turista.

Sono stata là forse una decina di volte, quasi sempre negli anni ’90 e quasi sempre per visitare delle fiere; la prima volta ci andai nel 1984, anno della maturità, con un gruppo di compagni di scuola.

Credevo, questa volta, di rivederla con occhi molto diversi – in realtà ne ho avuto un’impressione simile a quella di sempre: cioè che sia una città meravigliosa, che non si finisce mai di vedere, ma molto costosa, dispersiva e piuttosto sporca (ma forse, dato che ho vissuto tanti anni in Germania, i miei parametri sono al di sopra dello standard).

La giornata “da turista” l’ho trascorsa, questa volta, per metà nel Musée d’Orsay, a farmi sopraffare dalla bellezza degli impressionisti, a farmi incantare da quei dipinti, come “La Notte Stellata” di Van Gogh, che si vedono riprodotti ovunque – in poster, cartoline, libri d’arte – ma che, ammirati dal vivo, provocano un’emozione indescrivibile. Come mio padre, non smetterei mai di nutrirmi di arte, e mi sento molto piccola quando mi diletto a disegnare – ma, nello stesso tempo, mi pare di potermi soffermare per qualche ora in un mondo privilegiato, al quale, per ovvi motivi di talento (mancante), non posso appartenere. A volte, però, basta la soddisfazione di spiare dalla serratura.

L’altra metà della giornata l’ho trascorsa a Montmartre – affollata da turisti, quasi tutti giovani, ma lievemente malinconica alla luce del tramonto e al suono di qualche chitarra.

Ci ritornerò, perché non mi basta mai.

Vi ricordate la scena de “Il favoloso mondo di Amélie”?

(taken with Instagram)

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Ciao, Leila

Questa notte si è spenta mia zia Leila. Era l’ultima zia ancora in vita, e quella alla quale ero più affezionata: ho trascorso tanto tempo, con lei, nella mia infanzia. Non l’ho mai chiamata zia, ma sempre Leila – e il suo nome è stata una delle primissime parole che ho imparato a pronunciare da bambina.

Ciao, Leila, hai amato tanto i viaggi e hai girato tutto il mondo. Spero che questo tuo ultimo viaggio ti conduca alla meta più dolce.

Io e Leila nell’estate del 1971

In ricordo di Leila Rossi, 14/2/1922 – 26/1/2013

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